Si possono fermare tante cose ma l’amore no

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Mi sembra ieri che stavo in ginocchio sulla poltrona a fiori di broccato nel salotto dei miei nonni.

Me ne stavo lì a giocare con gli animaletti di Swarovski di mia nonna.

Ogni tanto voltavo lo sguardo e intravedevo quello scorcio di cucina dove potevo vedere solo le mani di mia nonna che tirava la pasta dalla sua mitica Imperia mentre mio nonno di buona lena girava la manovella.

 

Era venerdì. Il venerdì era il pranzo dai nonni.

 

Veniva a prendermi con la bianchina e passava dal Righi per farmi vedere Genova dall’alto.

L’odore del suo dopo barba quando gli davo un bacio salendo in macchina, il profumo della macchina tirata a lucido. Se ci penso mi sembra di essere ancora lì seduta. Ogni venerdì lui era lì, dal cancello della scuola ad aspettarmi.

Era la mia routine, la mia “sicurezza”.

Parlavamo di tante cose, il mio argomento preferito era “nonno parlami della guerra”.

Se avete persone anziane a voi care saprete meglio di me che nessuna di loro parla della guerra “in quei termini”. C’è una sorta di rispetto verso quel vissuto quasi come se volessero proteggere loro stessi o forse noi.

Non l’ho mai capito.

Sta di fatto che so tutto su quell’epoca come si può leggere nei libri di storia. Nulla so di come si è sentito mio nonno in quelle notti passate nel campo lontano chilometri da mia nonna.

 

Il dolore e la paura oggi

 

Questo perché? Perché chi ha vissuto quel periodo ha un rapporto con la paura e le emozioni molto diverso dal nostro che siamo nati in un periodo storico dove la condivisione è molto travisata e non ci preoccupiamo di condividere foto di ogni singolo momento di vita senza pensare alle conseguenze che questo comporta.

Rispetto al silenzio di quel tempo, oggi noi vomitiamo emozioni incontrollabilmente senza preoccuparci delle possibili conseguenze. Ma ognuno di noi ha una gestione delle paure e delle emozioni diverso.

Fermiamoci un secondo.

 

Secondo me è doveroso farlo. Pensiamo all’orgoglio e all’onore di queste persone e di come hanno affrontato più di una guerra.

Da quando sono nata che io ricordi non c’è mai stato un messaggio tanto forte come questo: “State a casa”.

Pare che questo nuovo stile di vita sia la normalità. Pare che tutto sia cambiato irrimediabilmente. Pare che questo sia solo l’inizio di un nuovo capitolo.

 

Ma come vivevano prima?

 

Adesso forse valuteremo bene di chi fidarci perché anche un caffè insieme al bar è diventato e sarà un atto di fiducia.

Noi, la generazione “libera”, noi che con lo zaino in spalla giravamo il mondo senza se e senza ma. Noi che abbiamo sempre pensato prima a noi stessi e poi agli altri.

Qualcosa ci sta fermando qualcosa ci sta dicendo che abbiamo sbagliato e che dobbiamo cambiare.

Tanti di noi stanno già vedendo i loro cari morire e prima o poi temo che toccherà a tutti. Anzi no, devo correggermi. Non li vedremo. Perché questo male non solo ti porta a soffrire fino allo stremo ma ti fa anche morire da solo, in isolamento.

Te ne vai senza sapere più chi sei e senza aver potuto salutare nessuno. E chi resta vivrà per il resto della sua vita con quell’amarezza che ho nel cuore io da anni, perché per colpa di un maledetto aereo in ritardo mio nonno io non l’ho salutato.

Nel mio cuore l’ho lasciato lì, appoggiato alla sua bianchina con un sorriso mentre mi aspetta all’uscita della scuola.

 

Si possono fermare tante cose, ma l’amore no.

 

Pompei, l’ultimo abbraccio eterno

Eugenio Montale, “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale”

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Ai miei nonni Bruno e Maria, che con i loro 69 anni di matrimonio mi hanno insegnato che cosa significa amare.

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