Bambini dimenticati in auto

by

Bambini dimenticati in auto:
Sindrome di Medea o psicopatologia della vita quotidiana?

La cronaca ci mette spesso di fronte a situazioni che ci scuotono nel profondo di noi stessi e ci pongono molte domande.
Un caso molto discusso in questi ultimi giorni riguarda una mamma che ha dimenticato la sua bambina in automobile.
Senza entrare nei particolari della situazione specifica della quale so ben poco, per poter avanzare delle ipotesi diagnostiche ed esistenziali, in generale distinguerei due tipi di situazioni:
La prima riguarda  tutti quegli “incidenti” che hanno la loro radice nell’aggressività che un genitore può nutrire nei confronti del figlio, sono azioni che provengono dall’inconscio, delle quali l’individuo non è consapevole ma ugualmente pericolose e che mettono a  rischio l’incolumità del bambino.

Quando la genitorialità non è sufficientemente matura ed accettata, quando il genitore si trova in difficoltà nel poterla accettare a livello profondo, può mettere in atto una serie di comportamenti che indirettamente mettono il bambino in pericolo. Per esempio non controllandolo attentamente quando l’ambiente presenta pericoli, alimentandolo con cibi non idonei, non stabilendo e mantenendo con lui un costante legame di amore ed accudimento che lo rendono deprivato. Si tratta di aggressioni inconsce alla prole, a volte di veri e provi omicidi involontari.
Mettere a fuoco tali problematiche è molto importante per l’incolumità dei bambini, non esitando ad intervenire con i mezzi più opportuni (per es. ricovero mamma bambino in opportuna struttura di accoglimento o allontanamento del piccolo nei casi più gravi); una seria difficoltà  è generata  dal fatto che queste persone sono poco inclini alla presa di coscienza di queste problematiche, nascoste da un rigido sistema difensivo.

La seconda ipotesi riguarda invece la situazione ambientale con la quale bambini e genitori debbono misurarsi quotidianamente; intendendo con “ambiente” tutto ciò che concerne  l’ambiente in senso fisico, materiale ed anche tutto ciò che comprende l’ambito relazionale e sociale.
Se la situazione nella quale gli adulti si misurano con le loro capacità genitoriali è troppo faticosa, difficile, a volte ostile, lo stress generato dalle incombenze quotidiane  possono ledere l’accudimento nei confronti dei piccoli. Questo tipo di difficoltà è identificabile da un occhio esperto, quando alcuni  comportamenti  istintivi della mamma vengono meno;

la donna, quando ha un bambino, si sveglia al più tenue vagito accorrendo ad accudire il suo piccolo; quando il neonato piange mette in atto involontariamente l’eiezione lattea come risposta corporea/istintiva/primordiale  alla fame del bambino.

Per quanto sia depressa o preoccupata, la mamma trova sempre uno spazio da dedicare al suo piccolo, mostrando serenità e amore. Quando però le preoccupazioni e le difficoltà quotidiane diventano troppo pesanti, la donna può perdere questi comportamenti istintivi perché troppo stressata e “chiamata” ad occuparsi di questioni estranee alla sua maternità, allontanandosi inevitabilmente dal suo cucciolo, non avendo spazio per  seguire  l’innata esigenza di stragli vicino.

Suscita scandalo, soprattutto nelle donne, l’idea che una mamma abbia potuto dimenticare il suo bambino, ma questo potrebbe essere il risultato di una condizione ambientale  che non ha consentito a questa madre di seguire il suo istinto ed il suo amore, che l’ha sopraffatta con  preoccupazioni e difficoltà,  invadendola di pensieri  che non hanno lasciato spazio  alla sua genitorialità. In altre parole, la testa è invasa da pensieri estranei alla maternità non permettendo più di funzionare in tal senso.
Un pediatra attento, o meglio uno psicologo o un operatore del nido, se il bambino è inserito in una struttura di questo tipo,  dovrebbe accorgersi in tempo della disfunzionalità del ruolo genitoriale, tale disfunzionalita’ spesso è collegata a ad una crisi della coppia all’interno della quale i genitori  non riescono a sostenersi a  vicenda  nel difficile lavoro di genitore in una realtà quotidiana  che,  di fatto puo’ essere ostile o semplicemente poco favorevole alla genitorialità.
Quando si  identificano problemi di questo tipo è importante  fornire in tempo uno spazio di ascolto, comprensione ed accoglimento delle difficoltà suggerendo possibili fonti di aiuto sociale o familiare (nonni, nido, baby sitter), oltre ad opportuna terapia psicoterapeutica o farmacologica.

 

articolo a cura della Dott.ssa Anna Renata Rizzitelli

Psicoanalista S.P.I.

esperta dell’età evolutiva e della genitorialità

4
No tags 0 Comments 4

No Comments Yet.

What do you think?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.